• 2 aprile 2019

Un Atelier militare sul Canto Alto

 
 
UN “ATELIER MILITARE” SUL CANTO ALTO
I COLORI DELLA CIMA PIU' ALTA DEL PARCO DEI COLLI
NELLE DIVISE DEGLI ALPINI
 
 
 
Quante storie racconta il nostro territorio. Anche i colori del Canto Alto, che definirono i colori della nuova divisa mimetica,  di colore grigio-creta, dando vita al cosiddetto "Plotone Grigio".
Questa storia, ce la racconta l'Associazione nazionale Alpini (Ana) Bergamo. Rimandiamo al loro sito e in particolare alla sezione sul Museo Alpino Bergamo: http://www.anabergamo.it/museo.php
Di seguito, il contributo Ana, che portiamo volentieri all'attenzione del pubblico.
 
 
Le uniformi militari ottocentesche sono note per l’aspetto elegante, variopinto, con colori spesso sgargianti, frutto non di rado di ormai consolidate tradizioni “uniformologiche”. L’aspetto delle uniformi militari non è però dettato semplicemente dalla moda, ma anche da precise esigenze tattiche. I fucili ad avancarica, ampiamente usati nel XIX secolo, quando sparano emettono molto fumo, avvolgendo quindi con una sorta di fitta nebbia il campo di battaglia e riducendo notevolmente la visibilità. Di conseguenze c’è necessità di uniformi facilmente individuabili anche a distanza, per distinguere nitidamente i commilitoni dal nemico. Basti pensare alla raffinata e ben riconoscibile uniforme in dotazione a quel tempo nel Regio Esercito Italiano, con giubba turchino-scura e pantaloni dello stesso colore o azzurri a secondo del corpo d’appartenenza.
 
 
 
Alpini con le vecchie e le nuove divise
 
A partire dagli anni Sessanta dell’Ottocento iniziano però a diffondersi sempre più massicciamente i fucili a retrocarica, più potenti ed in grado di produrre molto meno fumo al momento dello sparo. Emerge quindi il problema opposto, cioè non rendere i soldati troppo visibili. Il Regio Esercito adotta le prime uniformi mimetiche nel 1889 per le truppe schierate in Eritrea. Trattandosi di ambienti prevalentemente desertici, le uniformi hanno un colore “bronzo chiaro”, molto simile al kaki. Ben presto però incomincia a farsi strada l’idea che possa esplodere un conflitto anche in Europa, in contesti territoriali e naturali completamente diversi e quindi con differenti esigenze di mimetizzazione. Gli spaventosi massacri di soldati avvenuti durante la guerra russo-giapponese (1904-1905), combattuta in ambienti naturali simili a quelli europei, non fanno altro che accrescere tale sensazione. E’ un’esigenza avvertita non soltanto nelle alte sfere militari italiane ma anche nel mondo civile: infatti paradossalmente il primo ad agire concretamente sarà proprio un borghese, cioè Luigi Brioschi, nato a Milano nel 1853 e presidente della locale sezione del Club Alpino Italiano. Brioschi riesce a contattare e ad entrare rapidamente in sintonia con il comandante del Battaglione Morbegno del 5° Reggimento Alpini Tenente Colonnello Donato Etna, anch’egli molto sensibile a tale necessità. Entrambi potranno poi contare sull’appoggio del Colonnello Francesco Stazza, alla guida del 5° Reggimento Alpini, pure egli interessato a questa problematica.
 
Non è un caso che gli alpini mostrino una certa attenzione per tale questione, in quanto le frontiere terrestri dell’Italia sono quasi interamente montagnose, quindi, in caso di una guerra ai confini, i primi ad entrare in azione sono verosimilmente proprio i reparti alpini. Ottenute le dovute autorizzazioni ed usufruendo di una somma di denaro messa a disposizione dallo stesso Brioschi, nel luglio del 1905 sono condotti i primi esperimenti, alla presenza di alpini del Morbegno ed osservatori. Tali prove si tengono sul Canto Alto, un’altura alle porte di Bergamo, in quanto all’epoca il Morbegno è di stanza nel capoluogo orobico. Negli esperimenti si utilizzano sagome riproducenti una coppia di alpini, una dipinta con i colori dell’uniforme in dotazione e l’altra con un grigio sperimentale. Le sagome sono disposte in ginocchio ed in piedi alla distanza di 350, 450 e 600 metri. Le prime prove consistono nel valutare la visibilità delle sagome in diversi momenti del giorno a secondo della luce e della distanza. In questo modo si appura che le sagome turchino-scure sono ben individuabili, mentre quelle grigie sono poco o per nulla visibili. Seguono quindi le prove di tiro, nelle stesse condizioni di distanza e luce ed effettuate con i migliori tiratori del battaglione. Il risultato è di assoluta evidenza: a 600 metri di distanza la sagoma turchino-scura è colpita 24 volte su 24, quella grigia appena 3 su 24. A questo punto si decide di passare ad un livello più alto di sperimentazione, cioè vestire un intero reparto con l’uniforme proposta da Brioschi.
 
 
Brioschi con le sagome per l'esercitazione
 
L’autorizzazione viene rilasciata abbastanza in fretta: infatti il 24 Luglio 1906 40 alpini della 45° Compagnia del Battaglione Morbegno di stanza presso la caserma “Luigi Torelli” di Tirano ed agli ordini del Tenente Tullio Marchetti indossano la nuova uniforme, di colore grigio-creta, dando vita al cosiddetto “Plotone Grigio”. La relativa celerità della concessione dei permessi è dovuta sia al parere favorevole di Etna, Stazza e degli osservatori presenti alle prove sul Canto Alto, sia perché Brioschi offre di tasca propria 500 lire, cifra sufficiente per vestire un intero plotone. Le manovre effettuate dal “Plotone Grigio” con il resto della compagnia dimostrano la validità dell’intuizione di Brioschi.
 
 
Il "Plotone Grigio"
 
L’uniforme sarà progressivamente utilizzata da tutta la compagnia. In seguito il Regio Esercito Italiano adotterà una particolare tonalità di grigio, cioè il grigio-verde ottenuto con una mistura in fiocco di lana grigia e verde. Va sottolineato che Brioschi ed Etna non si limitano ad occuparsi del colore dell’uniforme, ma studiano anche capi più adeguati all’impiego militare.
La nuova giubba ha la bottoniera nascosta, quattro tasche con le alette a zampa d’oca (due al petto e due ai fianchi), il colletto è chiuso “in piedi” e porta le stellette con le mostrine o i colori del corpo d’appartenenza e vi è un paramano a fascia. I pantaloni sono corti “da cavallo” con gli sbuffi e sono calzati dentro gambali a stecca, oppure stivali o semplici fasce mollettiere. Reduce da un lungo soggiorno negli Usa terminato nel 1904, Brioschi propone l’adozione del poncho e del “cappello molle” sul modello di quello in uso nell’esercito statunitense. Etna invece introduce il sacco alla “tirolese”, in sostituzione dello zaino, e una nuova cartuccera.
 
Ad ogni modo l’’uniforme da guerra “grigio-verde” è adottata ufficialmente dal Regio Esercito Italiano con l’Atto n. 458 del 4 Dicembre 1908, soltanto come tenuta di marcia e limitatamente agli alpini, agli artiglieri, ai bersaglieri e alla fanteria, per poi essere estesa nel 1909 anche alla cavalleria. Introdotta gradualmente e non senza qualche resistenza da parte di alcuni ufficiali, legati ad antiche consuetudini “uniformologiche” e che la giudicano troppo semplice e spartana, essa sarà l’uniforme standard dei soldati italiani nella Prima Guerra Mondiale. Questa uniforme diventerà uno dei simboli dell’esercito italiano uscito vittorioso da quella prova epocale che fu la Grande Guerra e rimarrà in dotazione pressoché inalterata fino alla Riforma Baistrocchi del 1933. Alvin De Vecchi Museo Alpino Bergamo.